16 nov. 2012

Progettare, costruire, curare

Progettare, costruire, curare. Per una deontologia dell’architettura 
Nicola Emery
Edizioni Casagrande s.a., Bellinzona, 2007

Figuras retóricas, como las metáforas y las metonimias, necesitan de un pensamiento creativo que favorezca ejercicios de interpretación de una manera mucho más significativa que las imágenes, de las que actualmente se abusa. | Figure del linguaggio quali metafore e metonimie continuano a sollecitare pensiero e creatività, favorendo l'esercizio dell’interpretazione in modo molto più significativo rispetto alle immagini di cui oggi - forse - si abusa.





En coherencia con esta premisa, para desarrollar su razonamiento sobre la urbanidad, el filósofo Nicola Emery propone la metáfora utilizada por Platón en la Republica. En ella, la ciudad es entendida como un “pasto”, un lugar común y de crecimiento del cual toda la sociedad puede y debe disfrutar. Si estamos de acuerdo con la premisa, el pasto tendrá que estar pensado, organizado y construido de manera que pueda resultar nutritivo y sano. La educación y la buena formación de los arquitectos y de los constructores será garantía de que no crezcan “malas hierbas” que puedan alterar el equilibrio urbano y enfermar a la población.

 Junto a los procesos formativos, será de gran importancia adquirir una seria ética profesional que no coloque en el centro del discurso los intereses particulares de las disciplinas, sacrificándolos en nombre de una visión compleja universal. Si la formación y la ética profesional no son suficientes para el mantenimiento del pasto se consideraría obligada la intervención política, que gracias a leyes y normas debería evitar el “mal estado”, castigando a quien no respete o destroce este bien común.

 Para una mejor comprensión de los temas expuestos el autor propone una lectura estratificada en tres niveles: el primero se basa en la concepción de la arquitectura como terapia del espacio; el segundo en la arquitectura como dispositivo social, y el último tiene que ver con el equilibrio entre conflicto y síntesis. El filósofo explica la concepción de la arquitectura como terapia del espacio tomando como referente a Hipócrates, quien antes que Platón entendió que las características físico-climáticas de un territorio influyen sobre la salud de quien lo habita.

 De esto se deduce que si el médico, para prescribir un tratamiento adecuado, debe ser un poco urbanista o arquitecto, estos deberán ser un poco médicos para poder construir viviendas adecuadas, bellas y sanas. Se entiende que el origen de un proyecto, de sus formas y de sus volúmenes, debe estar estrictamente relacionado con el medio ambiente donde se produce; debe nacer desde un proceso relacional que integre las identidades singulares, frente al monumento solitario, junto a la belleza común y la responsabilidad proyectual por el ambiente.

 Será de gran importancia una evaluación de impacto ambiental que no promueva lógicas proyectuales generadoras paulatinas de fragmentación, sino que tenga en consideración – y recompense – procesos de proyecto virtuosos, que cuiden el territorio procediendo del todo a la parte, a través de una buena conciencia ambiental, como instrumento de comprensión de la verdadera relación sostenible con el contexto.

Este contexto, con sus paisajes arquitectónicos y sus objetos, produce un cierto resplandor que actúa dentro de nosotros, dándonos condiciones positivas y negativas. Entender la arquitectura como dispositivo social significa entender que habitando un lugar somos habitados y condicionados por su contexto. Consideramos su aporte positivo, cuando crea armonía como dispositivo social y ofrece espacios favorables a la cohesión, a la integración de la diversidad y a la creación de “vínculos fraternos” solidarios. Cuando actúa como dispositivo de separación, marginación y discriminación puede ser considerado como una trampa “monumental o capilarmente distribuida” que subraya como nuestra disciplina no debe ser inofensiva y limitarse a reflejar y representarnos retroactivamente como un espejo de la sociedad, sino que debe ser sobretodo un instrumento activo de formación social.

 En definitiva, Emery analiza la dualidad arquitectónico entre esencia y necesidad, entre un arquitectura que profundiza en sí misma y en la realización de su deber publico. Los diseñadores deberán prestar atención que su “ser para los otros” no se transforme en un “ser contra los otros” a causa de un proceso de cristalización formal que sea puesto por delante de los deberes sociales. La vía a seguir que nos propone el autor es la búsqueda de una síntesis entre esencia y necesidad, el desarrollo de parte de los diseñadores de un autocontrol basado sobre la concepción del espacio como bien común, que todos los actores comprometidos en su proyecto respeten su naturaleza social, con la conciencia de que cada intervención, independientemente de la escala, tiene implicaciones a largo plazo sobre todo el ambiente y la salud de quien lo habita.


Graziano Brau
Coerente con questa premessa, per sviluppare il suo ragionamento sull’urbanità, il filosofo Nicola Emery propone la metafora usata da Platone nella Repubblica, quella della città intesa come “pascolo”, bene comune e luogo di crescita dal quale tutta la società può e deve trarre giovamento. Se siamo d’accordo sulla premessa, il pascolo dovrà essere pensato, organizzato e costruito in maniera tale che possa risultare nutriente e sano. L’educazione e la buona formazione degli architetti e dei costruttori sarà garanzia che non crescano “cattive erbacce” in grado di alterare l’equilibrio urbano e di fare ammalare la cittadinanza. 

Accanto al processo formativo sarà di vitale importanza l’acquisizione di una seria deontologia professionale che non metta al centro del discorso gli interessi particolari delle discipline ma che li sacrifichi in nome di una complessa visione d’insieme. Se la formazione e la deontologia professionale non fossero sufficienti al mantenimento del pascolo si considererebbe obbligato l’intervento politico, che grazie a leggi e norme dovrebbe evitare il “cattivo stato”, punendo chi non rispetta, o addirittura rovina il bene comune. 

Per una migliore comprensione dei temi sovraesposti l’autore propone una lettura stratificata su tre livelli: il primo si basa sulla concezione dell’architettura come terapia dello spazio, il secondo sull’architettura come dispositivo sociale, l’ultimo riguarda l’equilibrio tra conflitto e sintesi. Il filosofo spiega la concezione dell’architettura come terapia dello spazio rifacendosi a Ippocrate che prima di Platone capì che le caratteristiche fisico-climatiche di un territorio influiscono sullo stato di salute di chi lo abita. 

Da ciò si deduce che se il medico, per prescrivere la giusta cura, deve essere anche un po’ urbanista o architetto, questi, a loro volta, dovranno essere anche un po’ medici per poter costruire delle abitazioni buone, belle e sane. Da ciò si capisce che l’origine di un progetto, delle sue forme e dei suoi volumi dev’essere strettamente relazionata all’ambiente nella quale si produce, deve nascere insomma da un processo relazionale di congedo delle singole identità, che preferisce ad un monumento solitario la bellezza che non si autonomizza e la responsabilità progettuale nei confronti dell’ambiente. 

Sarà di grande importanza quindi una valutazione di impatto ambientale che non promuova logiche progettuali “a spizzico”, generatrici di frammentazione, ma che tenga in considerazione - e premi - processi progettuali virtuosi che curino il territorio procedendo dal tutto alla parte, anche attraverso una buona consapevolezza ambientale, strumento di comprensione della vera domanda di relazione sostenibile con il contesto. 

Quest’ultimo con i suoi paesaggi architettonici e gli oggetti ha una certa “radianza” che agisce dentro di noi condizionandoci in maniera positiva o negativa. Intendere l’architettura come dispositivo sociale significa quindi capire che abitando un luogo siamo abitati e condizionati dallo stesso. Consideriamo il suo apporto positivo, quando come dispositivo sociale è in grado di creare armonia e offrire spazi favorevoli alla coesione, all’integrazione della diversità e alla creazione di “legami fraterni” e solidali. Quando agisce invece come dispositivo di separazione, marginalizzazione e discriminazione può essere considerato come una trappola “monumentale o capillarmente distribuita” che sottolinea come la nostra disciplina non sia qualcosa di innocuo, che non si limiti a riflettere e rappresentare retroattivamente come uno specchio la società, ma soprattutto uno strumento attivo di formazione sociale. 

 In ultima istanza Emery analizza il dualismo architettonico tra essenza ed esigenza, tra un’architettura che si approfondisce in se stessa e la realizzazione del suo compito pubblico. I progettisti dovranno quindi fare attenzione a che il suo “essere per gli altri” non si trasformi in un “essere contro gli altri” a causa di un processo di cristallizzazione formale che ha il sopravvento nei confronti dei suoi doveri sociali. La via da seguire proposta dall’autore è la ricerca di una sintesi tra essenza ed esigenza, lo sviluppo da parte dei progettisti di un autocontrollo basato sulla concezione che lo spazio sia un bene comune, che tutti gli attori impegnati nel suo progetto rispettino la sua natura sociale, con la consapevolezza che ogni intervento indipendentemente dalla scala ha ripercussioni a lungo termine sull’intero ambiente e sulla salute di chi lo abita.